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Giuliana Franchini, psicologa psicoterapeuta infantile, autrice di libri sulla relazione educativa e favole per aiutare i bambini a crescere bene.
Giuseppe Maiolo,  psicoanalista junghiano, scrittore e giornalista, si occupa di formazione dei genitori e di clinica dell’adolescente.
Officina del Benessere, Puegnago tel. 0365 651827
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15 Marzo 2018, 09.16

Blog - Genitori e figli

Bullismo, i segnali per i genitori

di Redazione
Cosa può fare un genitore per aiutare un figlio preso di mira e vessato dai bulli? Come capire che il ragazzo è vittima di soprusi?

Michele Ruffino aveva 17 anni. Si è tolto la vita gettandosi da un ponte ad Alpignano, in provincia di Torino, il 23 febbraio. La mamma, Maria Catambrone Raso, ha spiegato: «Mio figlio è nato sano. Poi, a sei mesi, dopo un vaccino, si è ammalato. Aveva problemi alle braccia e alle gambe e faticava a muoversi. E c’erano le prese in giro, gli sfottò».

Ha trovato una lettera con cui Michele dava l’addio al mondo: «Ho sempre dovuto lottare (…), anche con la gente che, non essendoci nella problematica, non può capire e quindi iniziano a chiamarti “down”, “stupido”, “anoressico”, “merda”, “quello magro”, “quello che non può camminare” o ancora peggio “quello che ogni tre passi, cade”.

Ma anche quando cresci e inizi ad avere dei sogni e finalmente inizi a migliorare con la tua malattia, purtroppo inizia un altro grande problema… Quello di non riuscire ad accettarsi e quindi, dopo intere battaglie, inizi anche a vedere i tuoi sogni scomparire diventando difficile andare avanti».
E adesso mamma Maria ha deciso di fare denuncia ai carabinieri, che stanno analizzando il computer e il telefono di Michele.

«Quando un genitore si accorge di queste situazioni, spesso, è già troppo tardi», ci spiega lo psicoterapeuta dell’età evolutiva Giuseppe Maiolo, docente di Psicologia dello sviluppo all’Università di Trento e autore dei volumi (fra gli altri) Genitori 2.0 (La Meridiana) e Ciripò, bulli e bulle. Storie di bullismo e cyberbullismo (Erickson). «I ragazzi vittime dei bulli tengono nascosto quello che succede, o perché si vergognano o perché hanno la sensazione che nessuno li possa aiutare».

Come può, un genitore, accorgersene in tempo?

«Deve fare attenzione ad alcuni segnali, e non aspettare che il figlio parli del suo problema. Deve fare caso al suo umore, ai cambiamenti repentini del comportamento: le vittime tendono a chiudersi in loro stesse, a isolarsi, a mostrare disattenzione, immerse come sono nelle loro preoccupazioni. Ma stanno in silenzio, rifiutano inviti, si chiudono nella loro stanza, non vogliono incontrare nessuno. Diventano tristi, oscuri, ansiosi. A volte soffrono di insonnia, hanno reazioni psicosomatiche, o cercano scuse per non andare a scuola. E spesso cominciano a manifestare comportamenti autolesionistici».

Perché lo fanno?
«I gesti di autolesionismo in questo momento storico stanno aumentando: gli adolescenti non riescono a gestire il dolore interno e lo trasferiscono sul corpo facendosi del male. Un ragazzo bullizzato che non viene aiutato si fa l’idea di non valere niente, di non poterne venire fuori. E può sperimentare l’autolesionismo».

Che cosa può fare, a questo punto, un genitore?

«Deve chiedere al ragazzo se qualcuno lo sta disturbando, se è accaduto qualcosa di particolare. Deve aiutarlo a liberarsi dalla preoccupazione, ad avere fiducia nei genitori».

E se il ragazzo non vuole saperne di confidarsi con la mamma e il papà?
«È frequente che succeda: un ragazzo abbattuto ha l’idea che nessuno possa fare nulla per lui. Ma il genitore deve dimostrare che ha a disposizione strumenti per aiutarlo. Per superare la sua resistenza può chiedere aiuto a uno specialista, come lo psicologo o il neuropsichiatra, e deve farlo anche abbastanza in fretta. Poi deve parlarne con gli insegnanti, sia per la tutela del figlio che per permettere il recupero del bullo. Oggi esiste anche una legge contro il bullismo».

Non può essere che, a volte, il ragazzo stia solo attraversando una delle tipiche crisi adolescenziali?
«Gli stati di alterazione dell’umore sono frequenti in adolescenza, ma non vanno mai sottovalutati: quando un ragazzo dice di non farcela, non va trascurato. Il suo può essere lo sfogo di un momento ma è non così raro che invece si tratti di un problema che si porta dentro da tempo. in questo caso, è bene consultare in tempi rapidi un esperto: le alterazioni dell’umore possono portare a idee suicidiarie. Che possono concretizzarsi».

È sbagliato suggerire al ragazzo di provare a difendersi da solo?
«Sì: non deve imparare a rispondere per le rime, ma deve sapere che è bene parlare con un adulto. Bisogna che i genitori scoraggino l’idea di difendersi da soli: i ragazzi in difficoltà devono chiedere aiuto. E ottenerlo».

Intervista di Monica Coviello da Vanity Fair

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