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Giuliana Franchini, psicologa psicoterapeuta infantile, autrice di libri sulla relazione educativa e favole per aiutare i bambini a crescere bene.
Giuseppe Maiolo,  psicoanalista junghiano, scrittore e giornalista, si occupa di formazione dei genitori e di clinica dell’adolescente.
Officina del Benessere, Puegnago tel. 0365 651827


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16 Aprile 2018, 10.30

Blog - Genitori e figli

A quale età il cellulare?

di Giuseppe Maiolo
La domanda più insistente che oggi si fanno i genitori è relativa all’età in cui è più giusto dare lo smartphone ai figli. Una questione assai dibattuta anche da pediatri e psicologi e non ancora risolta perché non vi sono linee guida precise e definite.

Di certo sappiamo che il nostro paese è al primo posto in Europa per la diffusione dei cellulari e ai bambini viene dato sempre prima proprio per il fatto che tutto si anticipa. Così si osserva che mediamente da noi genitori e parenti arrivano a regalarlo tra i 7 e gli 8 anni. Giusto o sbagliato che sia c’è da dire che oggi i nativi digitali e crescono e si sviluppano con una tecnologia avanzata e che strumenti e dispositivi digitali non sono di per sé negativi e dannosi. È il modo con cui li usiamo che li rende pericolosi.

Tuttavia porsi l’interrogativo di quando dare in mano un cellulare personale ad un bambino è corretto. Ma non vi è un’età specifica che vada indicata per tutti. Ogni realtà familiare e ogni bambino è diverso. Però sappiamo con certezza che un piccolo già all’età di 3-4 anni è in grado di interagire con tablet e smartphone.

La prima cosa da fare, dunque, è cominciare molto presto a prepararli all’utilizzo, insegnare gradualmente loro cosa si può fare con il telefonino e accompagnarli nel suo uso per un tempo considerevole prima di far loro gestire lo smartphone, che è uno degli strumenti più potenti che abbiamo in questo momento. 

Serve sicuramente, proprio per questo, usarlo insieme, provare a navigare e a scoprire la rete con lui, ascoltare la musica o vedere un cartone a casa o mentre si aspetta in una sala d’attesa.  Fatto come gioco, gli servirà per condividere col genitore il piacere del divertimento e della scoperta, mentre l’adulto coglierà l’occasione per insegnargli la netiquette, cioè come ci si comporta con gli altri in rete e anche nella realtà, silenziando il telefonino in certi luoghi o parlando piano per non disturbare chi è vicino.

Stargli a fianco prima di lasciarlo solo con il suo telefonino, equivarrà a vedere dove vanno i suoi interessi mentre naviga e permetterà di trasmettergli l’idea che noi siamo interessati alle cose che lui fa.  Allo stesso tempo il bambino potrà capire l’importanza della presenza dell’adulto e sentire che se dovesse trovarsi in difficoltà potrà contare sull’aiuto dell’adulto competente che è capace di proteggere. 
 
È un errore invece farlo familiarizzare da solo con la tecnologia “touch”, fargli fare esperienze senza il controllo dell’adulto e consentirgli il cellulare come passatempo quando la mamma prepara la cena o il papà non vuole essere disturbato. Lo smartphone dei genitori così spesso prestato al bambino, non deve essere una baby sitter né la palestra dove fargli fare esercizio. Perché complice la tecnologia intuitiva che ci attornia, i piccoli autodidatti si abituano a non chiedere nulla e a pensare che, in fondo, i grandi ci capiscono poco. Il che spesso è vero. Stare accanto ad un figlio per educarlo al digitale, vuol dire ad esempio insegnare come si usa WhatsApp e supervisionare realmente il modo con cui lo utilizza con i compagni. E di certo si tratterà anche di dare il buon esempio.

Prima di decidere sull’età in cui dare il cellulare, bisognerebbe infine domandarsi se abbiamo responsabilizzato a sufficienza nostro figlio e lo abbiamo reso consapevole di come si gestisce. Utile è chiedersi quanto realmente necessiti ad un bambino quel sofisticato dispositivo e quanto invece risponda ad un nostro bisogno di controllo. Spesso infatti, è un alibi del genitore che serve a contenere l’ansia di separazione. Poi, una volta compreso tutto questo, dare lo smartphone ad un figlio è la naturale conseguenza perché abbiamo saputo coniugato fiducia e senso di responsabilità.

Giuseppe Maiolo
Docente di Psicologia delle età della vita – Università di Trento
www.officina-benessere.it
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