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19 Aprile 2018, 09.00

Blog - Maestro John

Auguri, don Giovanni Arrigotti!

di John Comini
Oggi compie 82 anni un sacerdote che ha fortemente inciso nella formazione di molti gavardesi. Sono stati pochi gli anni che don Giovanni è rimasto in paese, ma sono bastati per incidere profondamente nelle scelte di molti giovani, e in particolare seminare a larghe mani in campo missionario. Da un suo libro di ricordi…

“Io sono nato a Castenedolo il 19 aprile 1936, in una famiglia povera e numerosa; in casa assieme ai miei genitori c’erano zii e zie, nonne e cugini, eravamo ben 16 persone in totale. Beati i miei genitori, Giulio e Giacinta, che avevano un santo timor di Dio! 
 
Spesso, la sera, io li vedevo reciprocamente chiedersi perdono, e sebbene stanchi per la dura e lunga giornata di lavoro, prima di coricarsi, pregavano insieme qualche momento.
Sono certo che già prima di essere concepito da papà e mamma, Dio mi amava moltissimo, perché ha procurato per me genitori disposti ad accettare sacrifici e sofferenze, pur di dare alla luce anche me, quarto di sette figli.
 
Avevo pochi mesi di vita quando fui preso da un gravissimo deperimento organico generale, tale da far sentenziare al medico curante che era ormai imminente la mia “fine”… Con il volto solcato dalle lacrime, mia mamma mi mostrava alle vicine di casa, dicendo loro: “Se il Signore me lo lascia in vita, questo bambino lo offro a Dio” e pregava, pregava fiduciosa. 
 
Alcuni giorni dopo, con grande stupore di tutti,  dottore per primo, fu una felice sorpresa poter constatare visibilmente come le forze fisiche mi erano tornate, e ai controlli medici risultavo inaspettatamente guarito…
 
Durante la calda estate del 1951 don Peppino Berta, un giovane prete, annegò nel fiume Mella. Ai funerali ricordo che nella chiesa gremita di gente, ad un certo punto della predica, il celebrante fece dal pulpito questa domanda: “Ed ora che la diocesi di Brescia ha un prete in meno, chi di voi ragazzi avrà il coraggio di andare in seminario per prendere il suo posto?”. Assieme a tanti altri ero lì, vestito da chierichetto, a servire la messa; ma quella frase mi scosse “dentro”, mi toccò profondamente.
 
Qualche giorno dopo, verso sera, tornato come al solito dal pesante lavoro dei campi assieme al papà, ancora grondante di sudore, mentre stavo scaricando il grosso carro agricolo stracolmo di pesanti covoni di grano, dissi a mio padre: “Papà, voglio andare prete!”. La sua risposta immediata, guardandomi con un sorriso appena accennato, fu questa: ”Prima scarichiamo il carro, e poi quando avrai finito il lavoro, andrai a dirlo alla mamma”. Certamente era anche la fatica del duro lavoro di braccia che mi faceva dire quelle cose… però sta di fatto che, due mesi dopo, papà e mamma mi conducevano a Brescia col cavallo e carretto, in seminario. 
 
Consegnando il materasso e la valigia al superiore, ricordo che gli dissero pressappoco queste parole: “Oh, se vedete che non fa giudizio, o che non è questa la sua strada, guardate che non gli mancherà un lavoro a questo giovanotto… rimandatecelo a casa!”.
È vero che in seminario ci stavo anche volentieri, ma non certamente perché ero convintissimo di essere un giorno “sacerdote”; ma piuttosto per amore di quel pallone rotondo che per me costituiva lo sport più bello del mondo. 
 
Più volte al giorno, appena il rigido regolamento disciplinare del seminario lo permetteva, giocavo a calcio con gli amici. Era il mio hobby preferito, assieme ad una discreta passione al disegno. Mi divertivo a disegnare le “caricature” di alcuni professori sui quaderni o sui libri di testo!
Durante le molte ore dedicate allo studio, la testa andava spesso a finire nel pallone. Il pallone, nel disegno di Dio, era diventato l’esca principale con la quale il Signore mi teneva agganciato al seminario. Spesso studiavo il meno possibile e solo quel minimo indispensabile per non essere bocciato agli esami.
 
La mia situazione familiare non era certo molto agiata, tuttavia i miei fratelli mi hanno sempre aiutato in tutto, anche nel versare annualmente la “retta” del mio soggiorno in seminario. Per le ristrettezze economiche in cui vivevano, a nessuno dei miei fratelli è stato possibile continuare gli studi dopo le scuole elementari. Buona parte della “quota” da portare ogni anno all’economo del seminario, era frutto del loro sudore della fronte. 
 
Per ricompensare un pochino questa loro generosità, una volta divenuto prete, quando seppi che il papà aveva deciso di dividere in parti uguali il piccolo patrimonio di famiglia per dare a ciascun figlio la sua “eredità”, spontaneamente io cedetti la mia quota personale ai fratelli, quale piccolo gesto di doverosa riconoscenza verso di loro…
I dubbi circa la mia vocazione mi avevano assalito a tal punto da esserne quasi angosciato: ero in crisi totale, profonda. 
 
A casa mia vedevo che i miei fratelli maggiori si erano felicemente sposati, godevano l’affetto delle mogli e dei figli…Insomma a me sembrava fosse il matrimonio l’ideale della mia vita. Facendomi prete, mi sembrava di sacrificarmi per sempre per un’esistenza triste e infelice. Allora, un giorno, ho ricattato Dio e ho detto (in ginocchio, davanti all’altare): “Signore, se sei tu che mi chiami ad essere prete, io ti dico di “sì”, ma ad un patto però: il giorno in cui mi troverò triste per questa scelta, scontento o pentito di aver preso questa decisione, pianterò lì tutto! Ne è testimone tua Madre, Maria… ” e, col volto tra le mani, sono scoppiato in pianto, anche se mi sentivo felice dentro! 
 
Ricordo con tanta simpatia e gratitudine i primi tre anni passati a Gavardo, mio primo amore sacerdotale. Da giovane sacerdote ho praticamente trascorso la “luna di miele” nella spensieratezza e nell’entusiasmo giovanile, con la cordialissima comprensione più che paterna del “curato-rettore” don Angelo Calegari e soprattutto del parroco (Mons. Ferretti), raccogliendo senza troppe fatiche i primi successi in campo pastorale: in oratorio coi ragazzi e coi giovani, a scuola (erano le “avviamento” allora!) e in particolare tra i gavardesi, molto cordiali e affettuosi con me. 
 
A quell’epoca andavo a zonzo per il paese, pedalando su una bicicletta “da donna”, fischiettando e canticchiando. Abitavo in un appartamento della canonica, ma ero sempre fuori casa o in giro per il paese o all’oratorio. A casa lasciavo volentieri la mia collaboratrice domestica (una zia), e passavo le giornate “correndo” per alcuni impegni pastorali che mi erano stati affidati, saltando di palo in frasca… senza combinare “molto”, ma felice di essere prete.
 
Questo tempo passato a Gavardo fu anche il momento della mia chiamata alla vita missionaria in Africa. Fu il vescovo di Ngozi (Burundi) a offrirmi l’occasione propizia, e ad aprirmi le porte della “missione” in Kiremba. Prima della partenza, ricordo che i gavardesi mi hanno caricato di regali, di roba da portare in Africa. In paese tutti erano entusiasti di questa mia scelta missionaria.
 
Dopo molti anni, ho potuto incontrare di nuovo parecchi gavardesi e collaborare insieme ad un bel gruppo di volontari, per realizzare alcune esperienze sia in Malì che in Angola.
Il 4 ottobre 1964 ero a Kiremba. Qui, di buon mattino, con mia grande sorpresa, fui svegliato dal rullo dei tamburi che chiamavano i fedeli alla messa domenicale. In quella enorme chiesa ho visto che si è raccolta in poco tempo una marea di gente… tutti neri! Le donne avvolte in panni coloratissimi, le ragazze con le facce luccicanti di profumo, gli uomini a piedi nudi, ma in pantaloni e camicia! 
 
Saranno state circa 3.000 persone, che per un paio d’ore hanno cantato, pregato ad alta voce, danzato e battuto le mani al ritmo dei tamburi! Una festa così gioiosa, così partecipata, una messa così solenne e coinvolgente, era la prima volta in vita mia che la “vedevo”!
 
Come era bello il Burundi! Era un paese con una vegetazione stupenda, chiamato “la piccola Svizzera africana”: un immenso altipiano punteggiato da mille colline coperte di bananeti, di manioca, di piantagioni di caffè, di campi coltivati a fagioli e patate dolci. Nei fondi delle vallate scorrevano ruscelli d’acqua, qua e là capre e pecore con mandrie di mucche dalle lunghe corna, al pascolo. La gente che si incontrava per strada era tranquilla e accogliente, maestosa nel suo incedere! 
 
Mi sembrava di essere arrivato in un paradiso terrestre! L’odio e la guerra vennero parecchi anni dopo! Fu nel 1972 quando il demonio ha incominciato a seminare zizzania… prima nello stretto cerchio dei governanti, dei politici. E poi anche il popolo, la gente ne è rimasta contagiata, e fu l’inizio della guerra, la fine della pace. E incominciò una tragedia infinita: un genocidio consumato nella più assoluta indifferenza delle grandi potenze mondiali, e sconosciuto al nostro mondo occidentale. Ma se enorme e crudele fu questa guerra, stupende e commoventi furono pure le molte testimonianze di amore, perdono, di autentica carità cristiana fiorite su questo Calvario africano! Quanto martirio e quanta santità eroica ho visto coi miei occhi, in Burundi! 
 
La mia espulsione dal Burundi, nel 1979, per motivi politici (eravamo una ottantina i missionari espulsi tutti insieme) fu un gesto di persecuzione nei confronti della Chiesa cattolica, e per me un distacco sofferto da quel popolo africano che tanto amavo…
Io non sono mai stato facile al pianto, e spesso trattengo le lacrime per non esternare troppo le mie emozioni. Ma alcuni fatti di dolore fortissimo mi hanno fatto commuovere a tal punto da strapparmi lacrime sincerissime: come il volto affranto di quella madre che ha perso d’un colpo la sua figlia tredicenne morta d’incidente stradale; come la bara ricoperta di fiori bianchi di suor Liliana Rivetta (giovanissima missionaria uccisa in Uganda) prima di essere tumulata nel cimitero di Gavardo, in un applauso festoso di mani alzate al cielo; come le ultime ore di sofferenza che hanno preceduto la morte di mia mamma attorniata da tutti noi suoi figli in lacrime…

L’incidente di macchina che ho avuto il 21 gennaio 1990 in Burundi, per me si è trasformato realmente da “disgrazia” quasi mortale, in una “grazia grande”; fu un tocco provvidenziale di Dio che è riuscito così a convincermi di cambiare vita, di convertirmi profondamente…
Sono testimone della potenza del braccio di Dio che ho visto all’opera in tutte le parrocchie da me conosciute: Castenedolo, Gavardo, Kiremba, Buraniro, Nyamulenza, Montirone, Montichiari, S.S. Trinità in Brescia e divo in Costa d’Avorio. Tutta l’azione pastorale che ho messo in atto era all’insegna della fiducia, della speranza.
 
Oggi, Venerdì santo, 21 aprile 2000, faccio il mio ultimo testamento spirituale. Tu lo sai Signore, che non ho mai combinato nulla di buono, né per te, né per gli altri, e quel poco di bene che mi hai dato da fare, te l’ho anche rovinato: perdonami! Desidero solo che il giorno in cui sarò finalmente “morto in Cristo” le campane suonino a festa, e si canti “È risorto!”. Amici, vi prego: non fatemi un funerale triste! Il mio corpo vorrei che sia messo in una bara povera, poverissima, per essere sepolto per terra, in un angolo di quel camposanto dove già riposano i miei genitori e moltissime altre persone care. Sulla tomba mettete solo una croce di legno, semplice.”
 
Caro don Giovanni, se il Signore ti ha lasciato ancora tra noi, ci sarà un motivo! Abbiamo bisogno di preti e persone come te! E abbiamo bisogno del tuo sorriso (mi hanno raccontato che quando hai fatto quel terribile incidente, hai detto “Una pianta mi è venuta addosso… ”). E augurandoti altri anni di serenità e d’amore, faccio mie le parole di mio cognato Gabriele Avanzi (so che molte volte sei invitato a casa sua, con Teresa che fa dei pranzetti succulenti!). Le ha scritte in occasione del tuo 50° di Sacerdozio…
 
“La tua decisione di andare “fidei donum” in missione in Burundi ha inciso profondamente nella nostra comunità, che subito si diede da fare. Noi giovani non avevamo molte disponibilità ed allora pensammo ad una grossa moto che potesse servirti a Kiremba, ma la generosità fu tanta che non solo la moto, ma riuscimmo a comperare una jeep ben equipaggiata, che venne battezzata “gavardina”… Ma questo lavoro continuò anche dopo la tua partenza e soprattutto dopo la visita di Mons. Ferretti a Kiremba nel 1965 e continuò con la preparazione delle casse per spedire ogni genere di materiali utili alla missione, che, preparate la sera nei locali della canonica, venivano esposte davanti alla Chiesa prima della spedizione, come segno di condivisione di tutta la popolazione… Sarebbero tante le cose da dirti, ma quelle più belle rimangono nell’intimo del nostro cuore, fanno parte di noi, ma con gioia grande vogliamo dire ad alta voce:
 
grazie della tua amicizia
grazie di essere stato paziente con noi
grazie di averci aspettato, mentre tu camminavi spedito davanti a noi
grazie per la gioia che sempre ci hai donato
ma soprattutto grazie per l’amore per l’Africa che hai saputo infondere nel nostro cuore.
 
Coloro che hai incontrato giovani, ora fisicamente non lo sono più, ma il loro cuore canta sempre la gioia della vita, che ognuno di noi ha imparato a vivere con te e assieme a te.”
Hai capito, don Giovanni? E stai qui ancora un po’, che il Paradiso può attendere!
Auguri anche da John Comini, che quando eri curato a Gavardo era un bambino e ricorda sempre il tuo sorriso quando pedalavi veloce in sella alla bici nera “da donna”…
 
Nelle foto: don Giovanni coi giovani di Gavardo e con Mons. Ferretti in Kiremba (notare i sandali e le calze bianche… ) 
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