È tornata la neve a Vallio Terme. La aspettavano in tanti in questa sottile lingua di Valsabbia incastonata tra le montagne. È tornata a imbiancare i prati, a frenare i suoni delle parole che hanno accompagnato nei giorni scorsi un altro ritorno, che non è certo passato inosservato in questa piccola comunità di poco più di mille abitanti.
Solo per coincidenza, o forse per un segno del destino, la neve tanto attesa ha incorniciato il rientro a casa di Naires Berardi, la ragazza che nel settembre 2001 ferì a morte il padre con un coltello da cucina nella sua casa di Porle, piccola frazione ai piedi del colle di Sant’Eusebio.
Un gesto estremo, maturato nella paura che soffocava la sua vita, che ne aveva condizionato i pensieri, i comportamenti, i sogni, le giornate e le notti insonni passate a vegliare sulla sorte della madre e del fratello, prima che sulla propria; ossessionata dagli atteggiamenti aggressivi di un padre che pare la adorasse, ma che forse negli ultimi periodi aveva trasformato l’affetto in una gelosa coercizione, divenuta poi minaccia incombente, concreta.
Il terrore ha mosso la mano di Naires quella sera, «ma basta per giustificare un omicidio?» ci si chiedeva a Vallio allora. Una domanda che torna anche oggi: il paese se la pone a bassa voce, a volte allargando le braccia in segno di comprensione, a volte con una smorfia davanti a un dramma che ha segnato profondamente le coscienze della comunità; e che qualcuno non riesce ancora a capire.
«Era difficile immaginare una situazione del genere, e tanto meno ci si poteva aspettare una reazione così forte da una ragazza che era il ritratto della normalità e della tranquillità», ricorda un ex compagno di scuola di Naires. Intere famiglie, allora, si divisero fra innocentisti e colpevolisti, «e ancora oggi - aggiunge una ragazza - c’è chi la accusa e chi la capisce; ma anche chi la odia».
Imporre la morte al padre: un gesto disperato e coraggioso, o forse coraggioso proprio perchè disperato. Ma comunque incomprensibile. «Solo lei può sapere perchè, e soltanto la sua coscienza può dire se era giusto o meno usare quel coltello», dicono in molti.
Naires è tornata, ma non è libera: riprenderà a lavorare in quel supermercato «in cui quasi più nessuna collega è rimasta da allora», ricorda una commessa. Tornerà magari anche a frequentare il paese; ma la sua libertà non c’è più, e non per colpa dei servizi sociali che vigileranno sul suo recupero. La sua vita sarà indissolubilmente legata al ricordo di quella sera, ingabbiata dalla necessità di confrontarsi con il passato, e non si può essere liberi con un simile peso.
«Lasciamo che viva in pace», si dice per le strade di Vallio, «qualsiasi pena sarebbe meno pesante del macigno che dovrà sopportare. In fin dei conti, chi siamo noi per giudicare?».
Luca Cortini da Bresciaoggi