L'odio online comincia dal cyberbullismo
di Giuseppe Maiolo

Lo chiamano Hate speech e vuol dire “incitamento all’odio”. La definizione abbastanza recente della giurisprudenza sta a indicare un fenomeno inquietante e allarmante, presente nelle chat e sui social  


Negli ultimi tempi sta prevalendo in rete un linguaggio offensivo e proliferano una quantità di immagini di inaudita violenza volte a provocare, denigrare, calunniare gli utenti della rete. E non c’è solo l’odio tradizionale violento e persecutorio, espressione di intolleranza razziale, politica, religiosa, di genere o di orientamento sessuale ma, con maggiore frequenza si diffonde l’odio ad personam, rivolto al singolo che la pensa o si comporta in maniera diversa. Assistiamo alla crescita di una cultura della violenza che si sviluppa in ogni dove, nel pubblico e nel privato e cresce precocemente negli atteggiamenti dei bambini e dei giovani. 
 
Il cyberbullismo è la prova tangibile di quanto i minori di oggi, sempre connessi in rete, si divertano a offendere e provocare, calunniare e perseguitare le vittime designate con la complicità di chi guarda senza intervenire né denunciare. Il bullismo virtuale non è per nulla diverso dal mobbing e dallo stalking. È, in ogni caso, persecuzione virtuale che poi si fa reale, concreta e micidiale. Spesso questo agire è ritenuto un gioco e un divertimento sia dai piccoli cyberbulli che dagli adulti, i quali non intervengono ma stanno a guardare, giustificando con il termine “ragazzata” le azioni offensive e, ancor più, senza intervenire né sanzionare o bloccare questo tipo di comportamenti. 
 
La portata delle azioni bulle in rete, invece, è grave, estremamente pericolosa, e possiamo considerarla come l’inizio dell’escalation dell’odio. Perché pure i gesti apparentemente lievi come le prese in giro, che sembrano divertire anche le vittime, possono essere l’inizio inarrestabile di quella violenza che in Internet sovente inchioda al muro della disperazione chi ne viene colpito. La vittima non può difendersi o proteggersi cambiando luogo di esistenza. Ancor meno farsi dimenticare, perché il diritto all’oblio non esiste.
 
A conferma di questo vale la pena ricordare gli studi di uno psicologo americano, Gordon Allport, che nel secondo dopoguerra, cercando di capire qual era il meccanismo che aveva alimentato lo sterminio di massa, mise appunto la Scala dell’odio nella quale indicava come al primo step vi fosse proprio il dileggio e la burla dell’altro, percepita in maniera lieve. Di seguito, secondo questo autore, l’azione messa in atto è l’isolamento della vittima e la sua esclusione, quindi la discriminazione e la negazione dei suoi diritti. Alla fine, nel quarto gradino vi è la vera propria violenza fisica della vittimae all’ultimo stadio l’eliminazione del gruppo perseguitato, che è stato nel frattempo disumanizzato e reso un mostro agli occhi della collettività.
 
La stessa dinamica sembra essere alla base dell’odierno Hate speech che alimenta le varie forme di cyberbullismo come il Sexting o il Revenge Porn, il Flamming, il Grooming e finanche le Fake news.
 
Ma non è la tecnologia che produce odio. Caso mai lo amplifica e lo rende redditizio. Prendere in giro sul web e postare materiale offensivo fa diventare popolari e i click fanno guadagnare. Questo lo sanno anche i ragazzini che incontro regolarmente nelle scuole e che sono a caccia di visibilità per mostrare cosa sanno fare e mostrano la loro forza e la loro crudeltà priva di empatia e di partecipazione emotiva. Internet ti assicura in un attimo e senza fatica tutto questo, perché è uno strumento potente, potentissimo che in modo virale diffonde le tue gesta, lasciandone traccia per sempre.

E poi l’anonimato, che in realtà sul web è solo un’impressione, diventa disinibizione e orgoglio, cioè devastante sentimento di fierezza che non ti fa cogliere la portata dell’odio o la pericolosità delle azioni dandoti, invece, l’idea di essere un potente supereroe.
 
Che fare? Sanzionare questi comportamenti in maniera severa? Non c’è dubbio che vi sia la necessità di una normativa adeguata all’emergenza odio nel web e la legge sul cyberbullismo ne è un prezioso esempio. Però bisogna che vi sia anche da parte degli adulti di riferimento, maggiore attenzione e presenza nella vita dei minori, così come maggiore coerenza educativa. E non potrà bastare finché non metteremo in atto seri e organizzati progetti di prevenzione da avviare presto in famiglia e nella scuola, a partire da quella dell’infanzia e dalla primaria.

La sfida educativa non può essere vinta fintanto che l’attenzione non sarà posta alla comunicazione affettiva ed emotiva. Ma anche il mondo dell’informazione dovrà fare la sua parte sostenendo, ad esempio, una trasformazione dei messaggi verbali con una controparola,come dice Giovanni Ziccardi, attento studioso del fenomeno, capace di veicolare l’uso più ampio di un linguaggio positivo e pacificatore.
 
Giuseppe Maiolo
Docente di Psicologia dello sviluppo
Università di Trento
 
 
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