Un decalogo per lo smartphone a scuola
di Giuseppe Maiolo

«Il telefonino è nelle mani di tutti, rifiutare che entri a scuola non è la soluzione. Meglio negoziare un uso responsabile»



Queste le parole conclusive degli esperti del Miur che hanno anticipato la prossima entrata in vigore di un decalogo per la regolamentazione del telefonino a scuola.

Da appassionato di tecnologia posso essere contento, ma come professionista interessato al benessere psicofisico dei minori e impegnato nello studio della relazione tra tecnologia e sviluppo umano, ho qualche perplessità.

Sostengo da anni che lo smartphone non è un demonio di cui bisogna aver paura e considero un diritto dei bambini quello di essere educati precocemente al suo uso responsabile e alla conoscenza pratica delle nuove tecnologie digitali.

Ritengo, da un punto di vista educativo, anacronistica e contraddittoria la frase “A mio figlio darò il telefonino solo a 12 anni!” quando ai bambini di oggi “sua maestà” lo smartphone viene presentato ufficialmente in sala parto da quei papà che, orgogliosi di videoregistrare il primo vagito del bebè, prima ancora del viso (peraltro coperto di mascherina) mostrano al neonato quel feticcio onnipresente che ormai domina nelle nostre mani.

Mi chiedo allora se
le annunciate linee guida del Ministero sull’uso del cellulare in classe che andranno a sdoganare il telefonino a scuola dopo anni di divieti, siano le cose più urgenti da fare.
Perché ho la sensazione che bisognerebbe magari cominciare da un’altra parte.

Nessuno, ad esempio, si sognerebbe di dare un ciclomotore a un ragazzino di 14 anni e permettergli di girare senza patentino e privo delle indicazioni di comportamento da tenere in strada.
Anzi credo che ancor prima di consentire a un bambino della primaria di uscire a piedi o in bicicletta, i suoi genitori gli insegnino le primissime regole sulla circolazione stradale e, senza aspettare che impari magari a sue spese, gli dicano con chiarezza quali sono pericoli e a cosa bisogna prestare attenzione.

Nulla di tutto questo sembra ancora accadere in famiglia dove i genitori non danno ai figli alcuna indicazione sull’uso corretto del telefonino, non mettono regole, non ne controllano l’utilizzo e non li accompagnano nella conoscenza della rete.

I bambini si arrangiano da soli e gli adulti spesso non conoscono quello che fanno i minori con il cellulare quando navigano da soli, magari a tarda ora della notte.
Meno che meno sanno delle nuove dipendenze da smartphone e da social e non li educano a maturare un equilibrato autocontrollo. Si limitano a vietarne l’uso o a sottrarre loro il dispositivo quando non producono buoni risultati scolastici.

Nessuna educazione digitale mi pare sia ancora prevista a scuola,
mentre ora si decreta che con lo smartphone si può studiare, fare ricerca e formarsi.

E allora penso sia giusto domandarsi
perché non si sensibilizzano prima di tutto gli adulti con funzioni educative a diventare genitori ed educatori competenti in educazione digitale.
Perché non si parla del tablet e del suo utilizzo che sicuramente è meno distraente e, come strumento di comunicazione, può essere davvero utile sia a livello didattico che educativo?

Perché non si cominciano a sviluppare sistematiche azioni di prevenzione dei tanti rischi che i minori corrono in Internet a partire dal cyberbullismo, ma non solo?
Perché non si inizia dalla formazione dei docenti che nella gran parte dei casi di media education ancora ne sanno poco o niente?

Per quale motivo, nonostante le dichiarazioni di intento della Buona scuola e del Piano Nazionale Scuola Digitale, la formazione e l’aggiornamento degli insegnanti è ancora lettera morta e i docenti sanno a malapena utilizzare la LIM?

Non si tratta di criticare una buona iniziativa, quanto piuttosto ricordare che per vincere la sfida educativa dell’era digitale, bisogna cominciare dall’inizio!

Giuseppe Maiolo
Docente di Psicologia delle età della vita
Università di Trento
www.officina-benessere.it

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