Fine vita mai
di Corrado Pelizzari

Tema delicato quello dell'eutanasia. Questo lettore l'ha affrontato col necessario garbo. Si può non essere in linea con le conclusioni alle quali è giunto, gradirei però che eventuali commenti rispettassero lo stesso modo pacato di esprimersi



Prendo spunto dalle parole dette da Dj Fabo in occasione dell’intervista fatta Giulio Golia inviato della trasmissione Le Iene: “Giulio, fai una prova: fatti immobilizzare e metti una benda che non ti faccia vedere nulla e resta così per una settimana. Così potrai sapere come sto io. Non resisteresti neppure un giorno”, per parlare di un tema estremamente attuale, il tema del fine vita.

Queste parole mi hanno scosso molto e hanno suscitato in me tante domande e tante riflessioni che voglio condividere con voi, ma prima vi racconto chi era Dj Fabo?

Dj Fabo era una persona come noi, un uomo con un lavoro e una passione, fare il dj, che il 13 giugno 2014 a seguito di un incidente stradale e delle ferite riportate, si è trovato tetraplegico e cieco in una condizione da lui descritta come “in una notte senza fine”.

Nel pieno possesso delle sue capacità mentali, assistito dalla compagna che per 25 anni ha avuto a fianco, nonostante molteplici appelli alle istituzioni democratiche è dovuto espatriare, andando in una clinica privata vicino a Zurigo, in Svizzera, dove è stato aiutato a morire.
In questo viaggio è stato accompagnato da Cappato, esponente del partito dei radicali, che tornato in Italia si è autodenunciato ai Carabinieri e che subito dopo è stato iscritto nel registro degli indagati per il reato previsto dall’articolo 580 del codice penale, ossia ‘istigazione o aiuto al suicidio’.

Senza soffermarmi in sofismi riguardanti il senso o la dignità della Vita
e senza soffermarmi su posizioni religiose, viziate dal dogma e da interessi che a mia personale visione sono in contrasto da una parte col sentimento di pietà cristiana e dell’altra, nel caso dell’accanimento terapeutico con la volontà divina, all’interno di tutta questa vicenda vedo una grande tristezza e una grande violenza.

Sulla tristezza non serve che aggiunga nulla, tutti noi abbiamo sperimento nell’intimo delle mura domestiche la sofferenza di un caro e sappiamo cosa può vuol dire augurarsi la morte per evitare la sofferenza o l’assenza, mentre sulla violenza che vedo in tutta questa storia voglia fare un paio di riflessioni.

Vedo la violenza dello stato e delle sue istituzioni
nei confronti delle nostre libertà basilari e della libertà di scegliere ciò che è più giusto per noi e di come disporre della nostra vita.
Come per gli altri temi oggetto di consultazione popolare, come il divorzio o l’interruzione volontaria di gravidanza, vedo che le posizioni istituzionali sono state ampiamente superate dalla coscienza della nostra società e questo superamento, questa accettazione che nell’intimo è già stata presa, non vengano ratificate per quel principio di superiorità che esso vuole avere nei nostri confronti e di repressione della maggior parte delle forme di dissenso.

Lo stesso principio per cui in barba a qualsiasi finalità rieducativa ma esclusivamente repressiva, esiste l’ergastolo ostativo, dal fine pena mai al fine vita mai, argomento questo che andrebbe trattato nello specifico.

Vedo inoltre questo principio perpetrato anche nell’utilizzo sistematico della diffamazione se non del vilipendio nei confronti di quelle famiglie che all’interno dei confini democratici, si confrontano con queste leggi oppressive e che cercano di promuovere un dibattito e una discussione.
Penso alle famiglie Englaro e Welbi e penso a come sono state trattate nel loro dolore e nel loro agire.

Cappato per l’imputazione di aiuto al suicidio rischia da un minimo di 5 fino ad un massimo di 12 anni di carcere mentre noi rischiamo molto di più, rischiamo di non avere la libertà in futuro di disporre delle nostre vite e rischiamo nel presente, oggi, di non vivere a pieno quella nostra funzione essere senzienti e liberi, mancando di rispetto a quelle persone che questo vivere a pieno non lo possono fare.

Aspettare qualcosa da questa classe politica è assolutamente anacronistico, delegare queste decisioni è altrettanto folle pertanto credo sia dovere di ognuno promuovere con ogni mezzo questa battaglia civile contro l’ipocrisia e il sopruso e a favore delle nostre libertà, perché in fin dei conti tutti noi siamo Dj Fabo.

Corrado Pelizzari


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