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26 Maggio 2019, 07.55
Salò Provincia
Blog - Maestro John

Il colore della pioggia

di Maestro John
Sembra ieri. Invece sono passati 45 anni. Sto lavorando nel negozio di mio fratello Franco, quando giunge la mia fidanzata: “Hanno detto alla radio che è scoppiata una bomba in Piazza Loggia!”
 
È martedì 28 maggio 1974. Piove. Anche a Brescia piove.

Quella mattina, alle 7 in punto, un operaio, Manlio Milani, si alza per andare al lavoro.
Si mette in giacca e cravatta perché quella mattina c’è sciopero e lui tornerà a casa per prendere Livia, sua moglie, professoressa di lettere. È molto attiva nel sindacato, è nel Circolo del Cinema, divora libri e riviste. Ha 32 anni.

È un periodo in  cui il mondo operaio e il mondo della scuola manifestano fianco a fianco.
Gli insegnanti come Livia vogliono mettere al centro della scuola il ragazzo, dare importanza alla sua vita e ai sentimenti più alti che dentro gli si svilupperanno.
Ha un’aria così felice Livia, è molto entusiasta in quello che fa.  Bisogna sbrigarsi. Devono raggiungere uno dei quattro punti di concentramento e poi, con il corteo, arrivare fino a piazza della Loggia.

Comincia a piovere forte. Livia teme che il maltempo possa ridurre la partecipazione della gente. “Pioggia fascista!”, esclama. Ridono e si mettono a correre…

Intanto, nella loro casa alla salita del Castello, si stanno preparando anche Alberto Trebeschi e sua moglie Clementina, che tutti chiamano la Clem.
Sono insegnanti anche loro, anche loro molto attivi nella Cgil-Scuola. Così Clem si mette l’impermeabile, dà un bacio a Giorgio, il loro bambino, poi bacia anche Alberto, perché sono sempre innamorati, Clem e Alberto.

Lei ha 31 anni e lui 37.
Alberto proviene da una famiglia di spicco della buona borghesia bresciana, ama la musica e la montagna: laureato in fisica, ha lasciato l’ottimo stipendio in una grande industria preferendo insegnare fisica ai ragazzi. Clem insegna all’Istituto magistrale. È  snella e molto carina. Con la sorella Lucia si incontrano con gli amici del sindacato scuola e sotto la pioggia si accodano al corteo dei metalmeccanici che sta arrivando…

Anche Giulia Banzi Bazoli è uscita di corsa. Ha 31 anni, insegna francese al liceo classico “Arnaldo”, nel cuore di Brescia.
Si ostina ad aiutare gli studenti in difficoltà. La chiamano “Giulietta la rossa” perché è un’attivista di “Avanguardia Operaia”.
Viene da una famiglia della buona borghesia bresciana, il nonno è industriale.
Quando cominciano le contestazioni, lei dall’interno della scuola vive intensamente quel periodo.

È felicemente coniugata con l’assessore democristiano all’urbanistica. Hanno tre bambini.  Esce con la sua Renault 5 rossa e  parte per la piazza, sotto la pioggia…

Anche Luigi Pinto si alza per andare alla manifestazione. È nativo di Foggia, il sorriso dolce e il volto gentile.
Insegna Applicazioni Tecniche in una scuola media di Montisola sul lago di Iseo. È abituato ad alzarsi presto, tutte le mattine, pullman e traghetto, due ore in tutto, se non piove. “Torno presto” dice alla moglie uscendo…

Si alza anche Euplo Natali: ex partigiano, iscritto al PCI, ha 69 anni. È  un operaio in pensione e aiuta il figlio nella sua bottega di orologiaio. 
Quel giorno non vuole mancare alla manifestazione. “Ci vado senz’altro “ aveva detto al figlio la sera prima. Non manca mai alle manifestazioni antifasciste.

È  nato ad Ancona, a 18 anni si trasferì a Brescia e trovò lavoro come operaio alla Togni (poi ATB), dove rimarrà per 40 anni.
Nel `41 viene licenziato per le sue idee antifasciste. Durante la Resistenza, opera nei Gruppi d’Azione Partigiana e alla Liberazione è uno dei tre rappresentanti del CLN alla Stocchetta.
Ma queste cose non le ha mai dette al figlio: è  riservato e dice che tanti altri hanno lavorato come lui e forse di più.

Euplo fa una sosta all’edicola, per l’acquisto dell’Unità,  poi un’altra per l’acquisto dei pezzi di ricambio di un vecchio orologio. 
Poi s’incammina lentamente lungo i vicoli della città, verso la piazza…

Sta arrivando anche Bartolomeo Talenti, 56 anni, è iscritto alla federazione lavoratori metalmeccanici.
È un armaiolo come lo erano il padre e il nonno. È stato centrocampista del Brescia e del Mantova. Ma gli anni del calcio e della gloria sono passati in fretta e sono arrivati quelli difficili, il dopoguerra, la fabbrica, la ristrutturazione fino alla lettera di licenziamento.

E allora, con una moglie e una famiglia da mantenere, Bartolo diventa un armaiolo a domicilio: ripara e mette a punto carabine e doppiette per cacciatori e collezionisti. Dopo il lavoro corre a casa per salutare i nipotini: i loro sorrisi lo ripagano di tante amarezze.
Gli amici lo chiamano “Bartolo”. Non è iscritto a nessun partito. Ha dato appuntamento agli amici, dopo la manifestazione, per un calice all’osteria del Frate…

E c’è anche Vittorio Zambarda: operaio, 40 anni passati nei cantieri edili. Se non ci fosse stata la manifestazione, stamattina sarebbe andato a controllare a che punto è la pratica della pensione.
60 anni, sposato e padre di due figli. Comunista da sempre. Umile e con un bel carattere aperto e disponibile nonostante una vita per niente facile: i figli da crescere, la moglie malata da accudire, l’impegno costante nell’attività politica.
L’altra settimana ha effettuato le ultime 40 ore di lavoro presso una ditta edile di Salò. Cerca di proteggersi dalla pioggia e si ripara sotto i portici  di Piazza della Loggia…

Le gocce di pioggia rigano le giacche e gli impermeabili. Chi alza il bavero, chi si protegge la testa con il giornale, chi apre l’ombrello. I cortei continuano a sfilare e ad affluire nella piazza.
La prevalenza delle bandiere rosse è nettissima, PCI e socialisti, però non mancano neppure quelle delle ACLI, quelle dei repubblicani e qualcuna della DC.

È importante andare a quella manifestazione. Perché sono successe tante cose brutte, che fanno paura a tutti. Aggressioni a militanti della sinistra, attentati alle sedi di partiti o di organizzazioni democratiche.
E poi la notte del 18 una Vespa  esplode in piazza del Mercato con un chilo di tritolo, dilaniando un giovane di 21 anni. Questo scatena la reazione popolare. Troppe armi, troppe bombe, troppa tensione: oggi sciopero generale di 4 ore. Sulla torre dell’orologio i ‘Macc dele ure’ suonano le 10.

La piazza si è riempita
: c’è un sacco di gente. Sta parlando Franco Castrezzati, un sindacalista. La piazza è piena di ombrelli. Piove, continua a piovere…

Ore 10 e 12 minuti…
Dentro un cestino dei rifiuti attaccato ad una colonna, la bomba esplode. Un boato. Poi fumo. In quegli attimi lunghissimi la bomba massacra tutti quelli che si trovano accanto al cestino: investe Bartolo e lo fa a pezzi, investe Euplo e Vittorio, centra Luigi con una raffica di schegge.
Lancia lontano Livia e Giulietta. Sbatte la Clem per terra, a faccia in giù. E quelli che stanno dietro vedono un’ombra che vola in alto: quello è Alberto, che salta per aria.

La bomba…. Mio Dio, è scoppiata la bomba,  come è possibile?
Panico, terrore. Gente che urla, corre, scappa, piange, resta impietrita. Gente che si lamenta, coperta di sangue e non sa se sia il suo o quello di qualcun altro.
Gente che cerca, che si guarda attorno per vedere chi aveva accanto e non vede più, un parente, un amico. Gente che si aggira come fantasma con brandelli di vestiti tra le mani mentre qualcuno, muto, senza lacrime e senza espressione, fissa il vuoto.
Corpi sparsi qua e là. Corpi smembrati. E sangue. Sangue e ancora sangue.

Una voce al microfono esorta alla calma. C’è chi copre i caduti con dei teli e con delle bandiere. Molti fuggono disperati per le vie. C’è il terrore di altre bombe. Gente che corre e piange, corre e trema, con l’urlo dentro al petto Le lacrime si mescolano alla pioggia.

Nemmeno due ore dopo l’esplosione, la piazza viene lavata. “Per evitare la vista del sangue e lo sgomento che tale spettacolo rinnova nei cittadini”, dicono.
E così arrivano i vigili del fuoco con gli idranti, e spazzano via ogni cosa: il sangue, i resti umani, ogni residuo della bomba e tutto quanto. È  mezzogiorno e mezzo ed è già tutto pulito.

Nel silenzio della piazza, compare un vecchio operaio.
Si ferma davanti alla colonna della strage, muto. Poi, d’improvviso, si mette a cantare “Fischia il vento”, la canzone dei partigiani.
I giornali escono con edizioni straordinarie. L’intero Paese è sconvolto. Il 29 maggio viene proclamato lo sciopero generale. Si ferma anche il Giro d’Italia.

In Piazza c’è un mare di fiori. “Noi portiamo questi, loro le bombe”.
Migliaia e migliaia di persone commosse rendono omaggio alle vittime della strage. Gli altoparlanti diffondono nella piazza l’incedere solenne del terzo movimento della nona sinfonia di Beethoven.

Il giorno dei funerali a Brescia arrivano 600 mila persone da tutta Italia.
Lungo tutto il percorso non c’è né un poliziotto né un carabiniere: ci pensa un servizio d’ordine composto esclusivamente da cittadini e operai. Ci sono anche tutte le autorità, i rappresentanti dei partiti e quelli del governo.
Quando arriva il presidente della repubblica Giovanni Leone, parte una bordata di fischi che non finisce più. I fischi saranno censurati dai giornali e dai telegiornali.

Vittorio Zambarda rimane in coma per quasi tre settimane. Alla fine, nella sera del 15 giugno, muore all’ospedale civile.
I funerali si svolgono a Salò, sua città natale. Una folla immensa di lavoratori e di cittadini democratici gli rende l’estremo omaggio. Per Vittorio non hanno fatto neppure in tempo ad aprire la pratica della pensione.

Sono 8 i morti i morti di Piazza della Loggia. Ma non ci sono soltanto loro.
Ci sono 94 feriti, non gravi, se si può considerare non grave la perdita dell’udito, gli attacchi di labirintite, lo choc che li accompagnerà per tutta la vita. Le vittime innocenti sono condannate a una solitudine infinita.

Poi la vita va avanti, ma ogni tanto si sentono altre orribili notizie: le bombe sui treni e alle stazioni, la sequenza di delitti delle Brigate Rosse, sequestri e violenza di mafia, come un rosario di misteri dolorosi.

Ma sono così tanti i cattivi nel mondo?
Già, ma non dobbiamo mai dimenticare che i buoni sono di più. Come ha detto Manlio Milani, “siamo chiamati a tenere fede ai valori della convivenza e dell’incontro.”

La libertà è sempre nella democrazia. Per ricordare le vittime e tutti coloro che cercano la giustizia, domenica 26 maggio alle ore 20.30 presso l’Auditorium delle Scuole Medie di Toscolano Maderno, il Teatro Gavardo presenta lo spettacolo “Il colore della pioggia” con Andrea Giustacchini e le musiche originali di Luca Lombardi.

Lo spettacolo è liberamente ispirato all’omonimo fumetto di Chiara Abastanotti e Chiara Onger.
Adattamento ai testi di John Comini, video di Sara Ragnoli, regia di Peppino Coscarelli.
Grazie all’amico Giovanni Lavo per le fotografie scattate in quel giorno.

Nessuno muore sulla terra finché vive nel cuore di chi resta.
Se guardi bene, nel colore della pioggia c’è una piccola, grande luce…

maestro John

Un consiglio: su Youtube cercate la bellissima canzone del Nuovo Canzoniere Bresciano, dedicata a Giulietta Bazoli.
È stupenda e commovente…
https://www.youtube.com/watch?v=NCYUbrv67Wg

Che bèla la Giulia che bèla, le sguanse culur del lat
sintila parlà se l’è bèla, la te fà ‘namurà.
Sintila quand la dis “la vita bisogna doprala a cambias
noalter e la nostra storia per fal góm le nostre mà”…

E chela matina zó en piasa con l’acqua che ignia zó en po’ rada
gó dit “Vé che sota l’ombrela che fet pò lé ‘nmes a la strada?”
La va sota el portec de fresa en temp per dim l’öltima olta
“A venser la sarà la vita, la nostra speransa” e la canta…

Che bèla la Giulia l’ia bèla, le sguanse culur del lat
vidila la èn piàsa per tèra e me con la oia de usà.
La vita l’è Giulia la vita che vens chest tel pode giurà
e quand che só strac ma sal dise argota garo bé emparat.


Nelle foto:
1) Piazza Loggia pulita dopo la strage
2 e 3) I funerali di Vittorio Zambarda a Salò (foto di Giovanni Lavo)
4)Un’immagine dello spettacolo, con Luca Lombardi autore delle musiche

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