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Rosa di maggio

Rosa di maggio

by Lorenza





29 Maggio 2017, 06.40

Racconti del lunedì

Mamma e papà

di Ezio Gamberini
Sono il Genio della Lampada!”, esclamo con voce baritonale, sotto il cielo stellato. “Allora fai venire qua la mia mamma e il mio papà!”, ribatte con enfasi il piccolo folletto di cinque anni, che ho rinominato “Duracell”, come le pile che non si scaricano mai… 

Mamma mia che serata divertente, con quelle sorelline di cinque e nove anni, concentrato di pura vitalità, che hanno allietato tutti i convitati.
Sono le nipotine di amici che hanno partecipato alla cena; si trovavano un paio di giorni loro ospiti perché i genitori erano assenti per un viaggio all’estero.

Siamo in più di venti nell’ex canonica di Carvanno,
la minuscola frazione di Vobarno, forse la più bella e caratteristica, sempre al sole, abbarbicata su un pendio a seicento metri di quota.
La serata è dedicata a un amico missionario, che si trova in Italia per qualche tempo, e presto farà ritorno in Brasile, accanto al fratello, missionario anche lui e ormai da sessant’anni nella terra carioca, che so essere accanito lettore dei “Racconti del lunedì”.
Perciò colgo l’occasione per salutarlo direttamente; l’ultima volta in cui venne in Italia era il 2002, e insieme al fratello e agli amici trascorremmo una piacevole serata a casa nostra. Ciao Padre Enzo! Il tuo nipote, l’amico di sempre, quello dai “capelli chiari”, mi fa vedere spesso le tue fotografie.

Quando siamo al dolce,
esco a far compagnia alla zia e alla maestra che giocano con le simpaticissime bambine, le quali in mezzo alla corte saltano e piroettano, facendo le spaccate (ah, beata ginnastica artistica!). 
Comincio a fare un po’ lo scemo (non devo impegnarmi molto per raggiungere lo scopo), e chiedo alle bambine di chiudere gli occhi, e cercare di indovinare il nome dell’animale dal verso che farò. Conto fino al tre e poi lancio uno strillo potente e articolato:

“Bule bule bule bule bule bule bule bule!!!”.

La più piccola, “Duracell”, intendo, che era seduta sulle ginocchia della maestra, spicca un balzo di due metri e si mette a urlare a squarciagola:

Tacchino, è il tacchino, il tacchino!”.

“Brava! E adesso chiudete gli occhi e indovinate lo strumento musicale che vi farò sentire”.

Mi tappo il naso con due dita e comincio a picchiettare il pomo di Adamo con il taglio dell’altra mano, mentre emetto un sibilo acutissimo modulandolo sull’aria di “Tu scendi dalle stelle”.
Le bambine restano sconcertate per qualche istante, allora la maestra corre in loro aiuto:

“La piva... la cornamusa!”.
Brava maestra!

Un’idea balzana mi passa per la testa: in ogni assemblea condominiale, consiglio di amministrazione di società pubbliche o private, consigli e giunte comunali o regionali, sedute parlamentari, consigli dei ministri o di sicurezza dell’ONU, G7, G8 o G20, sarebbe opportuno che fossero invitati e partecipassero ai lavori un cospicuo numero di bambini, liberi di scorrazzare scalmanati, come questa sera la piccola “Duracell” e la sua sorellina più grande, e le decisioni fossero prese dai responsabili soltanto dopo averli guardati negli occhi, e ascoltati…

Il cielo è trapunto di stelle e meravigliosamente terso; appena usciti dall’ex sacrestia, dalla corte, per andare nel prato, bisogna oltrepassare la soglia che ha una forma ad arco. E’ perfetta per ospitare una statua, così mi ci metto sotto, a braccia conserte, ed esclamo:

“Sono il Genio della Lampada!”. 

Quando la più piccola richiede che le faccia comparire immediatamente la sua mamma e il suo papà, che non evoca certamente per malinconia, essendosi divertita come una mattocchia insieme alla sorellina per tutta la sera, ma soltanto perché anche loro potessero divertirsi insieme con tutti noi (“Chissà che tristi, lontani dalle loro bimbe”, avrà pensato la piccola…), resto quasi folgorato.
Come sarebbe bello se la mia mamma e il mio papà fossero qui in questo istante e mi abbracciassero entrambi, anche solo per pochi secondi!

Mamma manca da quattro anni, papà invece ci ha lasciato trent’anni fa.
Ma non sento questa differenza: me li porto nel cuore in egual misura e con la stessa intensità.

E poi dipende soltanto da noi: per alcuni, il trascorrere una caterva di anni equivale alla fine a una manciata di secondi, poco più di un battito di ciglia; per altri invece, ogni singolo minuto della giornata è un periodo pressoché infinito, così da far durare quasi illimitatamente anche solo pochi mesi, cogliendo e assaporando ciò che ciascun giorno, ogni singolo giorno, e i tuoi cari, ti offrono.

Il bene e l’amore elargiti, e ricevuti, nessuno mai potrà sottrarceli: non i terremoti, né il terrorismo, e neppure la morte.
E’ forse questa la nostra eternità, qui, adesso, e per sempre.
 
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