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18 Marzo 2019, 06.18

Racconti del lunedì

I finestroni di nonna Lina

di Ezio Gamberini
“Ma nonna Lina, cosa te ne fai del primo premio della Lotteria, cinque milioni di euro?”

...“Voglio darli a don Fulgenzio per fare aprire due finestroni ai lati dell’altare, su al Santuario, perché è troppo buio!”.

“Tiè, hai sentito?”…


L’amico che sedeva accanto al conducente, con le mogli accomodate sui sedili posteriori, mentre si recavano al mare per trascorrere tre giorni in allegria, era incredulo, quando il compagno disse a voce alta in direzione del bluetooth: “Nonna Lina”, per attivare la chiamata in vivavoce, ripetendogli:

“Se non ci credi, adesso la sentirai anche tu al telefono!”:

“Nonna Lina, perché devo comprarti un biglietto della Lotteria?”, così l’amico la poté sentire “dal vivo” mentre spiegava al genero, per filo e per segno, quanto fosse necessario illuminare l’abside del luogo sacro che le era particolarmente caro.

Più volte gli aveva raccontato di questa fissazione della suocera, la simpaticissima e arguta nonna Lina, anziana ma lucidissima, che continuava a parlare di questi finestroni da aprire ai lati dell’altare, su al Santuario, perché era troppo buio.
E nonna Lina l’aveva spiegato più volte anche a don Fulgenzio, che andava a trovarla spesso, com’era solito fare anche con altri anziani e infermi.

Il parroco la ascoltava paziente e assecondava i suoi desideri, ma dentro di sé pensava:
“Aprire due finestroni nell’abside? Nonna Lina, ma che vai dicendo?”, e per farla desistere, poiché se ne intendeva di opere in muratura, le spiegava pazientemente:

“Nonna Lina, sa che ci vorranno almeno diecimila euro per ogni finestrone?”.

“Allora speriamo di vincere alla Lotteria!”, le rispondeva l’anziana donna.

“Eh, ma con cinque milioni di euro don Fulgenzio può ricoprire di oro massiccio l’intero Santuario, non soltanto aprire due buchi per fare dei finestroni”, stabilirono i due amici…

Passarono parecchi anni, senza vincere alcun primo premio della Lotteria, ma quando nonna Lina lasciò questo mondo, in serenità e tra l’affetto dei suoi cari, destò particolare sorpresa la postilla che aveva aggiunto al suo testamento, con il quale lasciava cospicui beni ai suoi familiari:

“Sia devoluta la somma di euro ventimila al parroco pro-tempore, affinché provveda all’apertura di due finestroni nell’abside del Santuario, per renderlo più luminoso”.


Il parroco allora era ancora don Fulgenzio, il quale era rispettoso della volontà dei suoi parrocchiani, e in particolare del desiderio espresso in un testamento così generoso, ma soprattutto pensava che forse l’idea di nonna Lina non fosse così strampalata.

E siccome era pratico del mestiere, un sabato mattina, armato di piccone, si recò al Santuario per un piccolo “assaggio”.
Dal lato destro dell’abside tolse il quadro di San Sebastiano, inchiavardato con quattro grosse borchie; si trattava di una “crosta” orrenda, un dipinto brutto, ma proprio brutto, e coltivava in tal modo la segreta speranza di toglierselo dai piedi con l’apertura del nuovo finestrone, e si sarebbe pure salvato la faccia, dovendo ottemperare al volere di una generosa parrocchiana…

Da più di cinquecento anni mai nessuno aveva rimosso dalla parete quel quadro, che non faceva gola a nessuno, tantomeno a quell’orda di barbari Lanzichenecchi che sul finire del 1526 transitarono da quelle parti, facendo razzia e scempio di ogni cosa.

Notò che l’intonacatura non era uniforme; in basso, a destra, il colore era notevolmente più chiaro.
La toccò, assestò qualche colpetto e scoprì che il suono era più profondo, rispetto alla superficie adiacente di colore più scuro. Prese il piccone e cominciò ad affibbiare i primi colpi proprio in quel punto. L’intonacatura si sgretolava con facilità e in un paio d’ore don Fulgenzio, che con gli attrezzi in mano era davvero formidabile, aprì un varco di oltre mezzo metro di diametro, sufficiente, dopo aver tolto tutti i calcinacci, per entrarci con la testa e le spalle.

Il parroco trasalì, poiché nell’anfratto intravide una cassetta di legno, che estrasse con grande fatica, perché pesava un accidente.
La aprì con enorme emozione e curiosità: c’erano tre sacchi e una pergamena nella quale il Visconte, consapevole che i Lanzichenecchi, diretti a Roma per metterla a sacco, da lì a poco avrebbero attraversato i loro territori razziando e facendo terra bruciata di ogni cosa, affidava al prevosto una cassetta contenente millecinquecento ducati d’oro, milleduecento fiorini, sempre in oro e duemila grossi in argento, affinché la nascondesse e la custodisse dalle orde barbariche.

Nella sua lungimiranza, prevedendo che non ne sarebbero usciti vivi, il Visconte, alla fine del documento, disponeva che nella peggiore delle ipotesi, quel “tesoro”, se fosse stato ritrovato dai successori del prevosto, dovesse essere utilizzato a beneficio della popolazione.
Infatti, ai Lanzichenecchi non scamparono né il Visconte, né il prevosto che furono trucidati senza pietà.

L’accordo che don Fulgenzio stipulò
con la società italiana più stimata nel campo delle aste di antiquariato e numismatica, che alla notizia del sensazionale ritrovamento l’aveva contattato immediatamente, gli fruttò un milione e duecentomila euro (e la società nel rivendere a lotti il “tesoretto” ne avrebbe incassati almeno cinque), con i quali non solo aprì i due finestroni nell’abside del Santuario, e lo restaurò completamente, ma sostenne numerose opere sul territorio e fu di conforto ai poveri della zona, sostenendoli materialmente nei loro bisogni per lungo tempo.

Ed è solo per la cronaca, oltre che per amor di verità, che bisogna rivelare, alla fine di questo racconto, da dove proveniva la regalità nel portamento e nei gesti, la finezza nel tratto, la spiccata curiosità intellettuale, un orgoglio smisurato, e un pizzico di simpatica altezzosità, mai sconfinata tuttavia nell’arroganza; insomma, qual era il segreto della naturale nobiltà che aveva caratterizzato tutta la vita di nonna Lina: in realtà, lei era una diretta discendente del famoso Visconte e ne aveva ereditato le migliori qualità, che aveva preservato, custodito e tramandate intatte.

E siccome la classe non è acqua e, anche a distanza di cinquecento anni, buon sangue non mente, il ricordo di nonna Lina da quel momento rimase indelebile per sempre; da allora in poi, infatti, tutti quelli che si recavano al Santuario rimanendo sbalorditi per la luminosità all’interno del tempio, sapevano perfettamente che il merito era da attribuire esclusivamente a quei varchi aperti ai fianchi dell’abside, quei “finestroni” che divennero popolari, famosi e ricordati omnia saecula saeculorom come i “finestroni di nonna Lina”.


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