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25 Gennaio 2019, 07.32

Eppur si muove

Giornata della memoria: il coraggio di essere uomini

di Leretico
Da alcuni anni sono sulle tracce di Telesio Interlandi, come lo fu a suo tempo Leonardo Sciascia. Il caso del questore Manlio Candrilli

Interlandi, siciliano, fascista, giornalista molto noto nel ventennio, direttore de “Il Tevere”, de “Il Quadrivio” nonché dell’inguardabile “La difesa della razza”, protagonista di una vicenda misteriosa e per certi versi rocambolesca, avvenuta tra Bedizzole e Brescia tra l’ottobre del 1945 e il luglio del 1946, fu salvato, insieme alla sua famiglia, da un avvocato socialista bresciano: Enzo Paroli.

Da quanto sappiamo, dopo la caduta del fascismo avvenuta il 25 luglio 1943, gli Interlandi vissero a Desenzano. Probabilmente frequentarono e conobbero bene la città di Brescia durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana e forse fecero conoscenza con Manlio Candrilli, anch’egli di origine siciliana e precisamente di Villarosa di Sicilia (Enna), questore di Brescia dal 13 novembre 1943 fino alla liberazione, di cui parla anche Sciascia in una sua lettera indirizzata a Cesare Interlandi, figlio di Telesio, il 15 gennaio 1989.

Così Sciascia: “[…] Ho avuto intanto, insperatamente, dei documenti relativi al fatto [alle vicende degli Interlandi a Brescia, nda] da parte del signor Giancarlo Candrilli, figlio dell’ultimo federale fascista di Agrigento che nel bresciano è stato poi fucilato (per sentenza: e perciò il mio interesse a questo nodo giuridico: se la pena di morte era stata abolita, com’è che i tribunali continuavano a emetterla?)”.

In questo estratto si possono rimarcare due cose interessanti per la ricerca: la prima è che lo scrittore siciliano definiva “insperato” il ricevimento dei documenti da parte di Giancarlo Candrilli. Ossia non si aspettava che dalle carte ricevute dal figlio dell’ex questore di Brescia emergesse qualcosa legato a Interlandi.
La seconda è l’aggancio alla storia che qui vogliamo raccontare, ovvero il riferimento alla pena di morte emessa dal Tribunale Speciale di Brescia contro il Questore Manlio Candrilli il 13 giugno 1945 ed eseguita la mattina del 1° settembre successivo.

L’interesse mio sta nel comprendere se alle notizie che Giancarlo Candrilli portava, riguardo ad Interlandi, si fossero poi aggiunte, in un più accorato racconto, quelle della morte del questore di Brescia suo padre, e se furono queste notizie ad aver generato l’interesse in Sciascia a quel “nodo giuridico” costituito dalla pena di morte, abolita ma comunque emessa dai tribunali speciali, in quei terribili giorni del secondo dopoguerra italiano.

In questi ultimi anni lo storico bresciano Ludovico Galli si è impegnato al recupero della figura del Questore Candrilli, secondo lui vittima di una “vile esecuzione” (vedi Ludovico Galli, “Una vile esecuzione”, Brescia 2001), raccogliendo molta documentazione che lo riguarda.
Ho potuto leggere, quindi, non solo i verbali dell’interrogatorio a cui fu sottoposto Candrilli dopo l’arresto avvenuto a Como nel maggio del 1945, ma anche le trascrizioni della sentenza di condanna e quelle relative alla sentenza di riabilitazione, dichiarata dalla Corte di Cassazione il 27 novembre 1959.

Non sono interessato qui a produrre argomentazioni a favore o contro quelle sentenze, anche se me ne sono fatto un’opinione.
Tuttavia, esplicitiamo subito il principio da cui sono partito per esprimere un giudizio su Candrilli, ossia il valore supremo della difesa della vita. Non lo diamo per sottinteso, né per scontato.

Dichiariamolo apertamente, visto che troppo spesso questo principio, ora come allora, è rimasto lettera morta, enunciazione vuota di fronte alla prassi del Potere. Potere per cui si uccideva allora, come si crede di poter uccidere ora.
Potere di fronte a cui malamente ci si inginocchia derogando al massimo valore della vita, che dunque per molti, in quei tempi scellerati, non era massimo e nemmeno minimo: insomma non era nulla.

Seguendo questo criterio, posso affermare che se da un lato non fu garantita una adeguata difesa al Candrilli in quel raffazzonato e troppo sbrigativo processo presso il Tribunale Speciale di Brescia, fatale mancanza in quei giorni di stragi e sangue, dall’altro la sentenza di riabilitazione non può in effetti “riabilitare” totalmente l’ex questore per gli atti da lui compiuti nei diciotto mesi in cui diresse la Questura di Brescia.

E questo perché nel 1959 la Corte di Cassazione giudicò non colpevole il Candrilli rispetto alle “sole” imputazioni che lo portarono alla condanna a morte del 1945, già amnistiate il 22 giugno 1946 dalla legge Togliatti.
Le altre colpe, come quelle per la persecuzione degli ebrei di cui il questore si macchiò in quel truce periodo, non potevano certo essergli condonate o amnistiate da alcun tribunale, visto che mai nessuno gliele aveva contestate.
E, paradossalmente, l’esecuzione della sua condanna a morte impedì alla giustizia di fare il suo corso più corretto, cosa che, per molti versi, sarebbe stata necessaria allora, quanto forse oggi lo sarebbe ancora.

Di questo punto parla ampiamente e chiaramente Marino Ruzzenenti nel suo libro intitolato “Shoah le colpe degli italiani” (2011), dimostrando la responsabilità e lo zelo che Manlio Candrilli dimostrò nell’ordinare la deportazione e quindi la morte di molti ebrei che vivevano in provincia di Brescia.

Ruzzenenti, nel suo testo, fa notare che solo in un punto, e precisamente nell’interrogatorio a cui fu sottoposto il 21 maggio 1945 ed effettuato dal vicequestore di allora, Candrilli menzionò il fermo degli ebrei, ma con sufficienza, come se avesse dovuto per forza soffermarsi sull’argomento per una domanda diretta ricevuta, facendo intendere, tuttavia, che se avesse voluto, avrebbe potuto avviarne a morte certa molti di più.
Solo alcuni (sic!) erano stati fermati.

Di fatto nessuno prese iniziativa da questo passaggio per accuse di sorta, eppure l’azione penale avrebbe dovuto essere obbligatoria allora come lo è ora.:
“Circa il fermo degli ebrei debbo precisare che ci venne l’ordine di fermarli tutti e di avviarli ai campi di concentramento.
Peraltro, su un numero ingente ne furono fermati solo pochi”.


Candrilli si riferisce qui alla disposizione emanata dal ministro dell’Interno della RSI Buffarini-Guidi del 30 novembre 1943, un terribile ordine, è necessario dire, che portò all’arresto, alla deportazione e alla morte migliaia di persone.
Voglio riscriverlo, a costo di sembrare pedante e retorico: persone.

Insomma, Candrilli non si tirò indietro, non fece certo come il Carabiniere Arturo Dalle Fratte, Maresciallo di Borgo san Giacomo, il quale, ricevuto lo stesso ordine di cui Candrilli parla nell’interrogatorio, la sera prima di dover procedere con l’arresto della famiglia di Abram Silbermann (di cui si parla in questi giorni sui giornali locali), la avvertì del pericolo mortale e, insieme ad alcuni compaesani e alle suore Orsoline di via Bassiche a Brescia, salvò l’intera famiglia che comprendeva 5 bambine.

Candrilli invece, ricevuto quello stesso ordine, non ebbe cuore per esempio di salvare l’anziano e malato cantante Alfredo Russo, arrestato il 27 dicembre del 1943 a Gardone Riviera, nonostante la richiesta di liberazione a suo favore partita dal Capo della Provincia Barbera il 26 gennaio 1944.

Il Questore Candrilli rispose l’8 febbraio successivo, senza alcuna traccia di pietà:
“[…] comunico che l’ebreo in oggetto in data odierna è stato avviato al campo di concentramento di Carpi come ordine telegrafico dell’Eccellenza il capo della polizia [Tullio Tamburini, nda] del 4 corrente n. 2017/447/024.
Non si è potuto esaminare l’opportunità della sua liberazione per l’età avanzata in quanto nessuna sospensione dell’internamento è stata prevista dal ministero nei confronti degli ebrei stranieri”.


Ho scelto solo un caso tra tanti, tutti terribili, che ho potuto leggere consultando gli Archivi di Stato di Brescia e che dovrebbero essere qui menzionati.
Eppure, anche questo solo fatto riesce allo scopo di tracciare una distanza, netta, tra la vita e la morte, tra bianco e nero, tra luce e nascondimento, tra chi si sforza di portare alla memoria fatti ignobili, ma utili alla comprensione, e chi invece cerca di stendervi sopra un velo occultante, se non deformante.

Ora possiamo dunque dirlo: il Questore Manlio Candrilli non meritava di morire, nessuno lo merita. Una giustizia giusta non uccide.
Forse i tribunali riabilitarono Manlio Candrilli per effetto di una amnistia politicamente necessaria nel 1946.
Forse quella sentenza di riabilitazione fu utile alla famiglia Candrilli per lenire alcune conseguenze patrimoniali ricadute negativamente sui figli, che mai dovrebbero patire per le colpe dei padri; tuttavia possiamo con certezza affermare che non c’è nessun tribunale che potrà mai riabilitare il Questore Manlio Candrilli per non aver saputo, né voluto, essere un uomo.

Leretico

.in foto: Manlio Candrilli, questore di Brescia durante la RSI condannato a morte dalla Corte d’Assise Straordinaria e fucilato.

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Commenti:

ID79337 - 25/01/2019 08:55:15 (Iva) SONO D'ACCORDO
SONO D'ACCORDO CON CHI SCRIVE CHE NON SI PUO' RIABILITARE IN QUANTO NON SI PUO' CONFONDERE I MARTIRI CON GLI AGUZZINI CHE IMPARTISCONO ORDINI DI MORTE SENZA PIETA'


ID79374 - 26/01/2019 02:59:57 (tonga7) Interessante la domanda di Sciasia
,,,


ID79395 - 27/01/2019 18:13:26 (guidoassoni) complimenti a L'Eretico
per la puntuale ricostruzione storica.Due piccole osservazioni. La prima riguarda l'inizio del soggiorno degli Interlandi a Desenzano databile dall'ultima settimana di settembre 1943 in quanto all'alba del 26 luglio ovvero "quando i romani erano ancora dubbiosi se il peggio dovesse ancora venire o era già passato", Telesio Interlandi venne arrestato e condotto nel carcere di forte Boccea dove venne liberato dai paracadutisti tedeschi il 12 settembre. La seconda riguarda la pena di morte che non mi risulta fosse stata abrogata subito dopo la fine delle ostilità. Doveva rimanere in vigore ancora per un anno per i reati più gravi, ma fu poi prorogata fino all'entrata in vigore della Costituzione (01 gennaio 1948) che la aboliva definitivamente. Le ultime esecuzioni risalgono alla primavera del 1947.


ID79396 - 27/01/2019 18:40:43 (guidoassoni)
Le tue considerazioni sul Questore della RSI, Manlio Candrilli, sono condivisibili come il tuo stupore nel consultare i fascicoli relativi alle deportazioni degli ebrei presso l'Archivio di Stato. Vorrei spendere altre due parole sulla vicenda di Alfredo Russo, vecchio cantante lirico e membro del civico teatro di Merano che per sfuggire alle leggi razziali naziste si era rifugiato nel 1939 a Gardone Riviera che sarebbe poi diventata la tana del lupo ove erano concentrati gli apparati di potere della RSI. Dal campo di concentramento di Fossoli (Carpi), insieme ad altri ebrei, tra cui Primo Levi, Guido e Alberto Dalla Volta citati nel libro "Se questo è un uomo", il 22 febbraio 1944 venne tradotto ad Aushwitz. Dopo quattro giorni di stenti aggravati dall'artrite deformante, appena arrivato a destinazione, venne mandato immediatamente alle camere a gas ed ai forni crematori.


ID79397 - 27/01/2019 18:52:29 (guidoassoni)
E' quanto meno azzardato sostenere, come fanno alcuni storici locali, secondo i quali la RSI dava la caccia agli ebrei per sottrarli alla deportazione (e quindi alla soluzione finale) per mandarli in campi di lavoro. Peccato che la cattura riguardasse anche vecchi inabili e bambini che, come dice Levi nel suo libro che ho citato, "non uno era vivo due giorni dopo l'arrivo ad Auschwitz. Ho letto anche che Candrilli sarebbe un angelo del Paradiso. Gli angeli sono quelli che sono nel vento semplicemente per quel che erano e non per quello che hanno fatto.



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